ALBO STORICO

Franco Abbiati (1898-1981)
Franco Abbiati nacque a Verdello (Bergamo) il 14 settembre 1898. Si diplomò in composizione presso il Conservatorio di Torino con Adriano Lualdi, mentre musicologicamente si formò sotto la guida di Gaetano Cesari. Fu critico musicale de «Il Secolo – La Sera» tra il 1928 e il 1934 e del «Corriere della Sera», dove succedette proprio a Cesari, tra il 1934 e il 1973. Nel 1949 fondò la rivista «La Scala» che diresse fino all’uscita dell’ultimo numero nel 1963. Tra i suoi scritti riveste una fondamentale importanza la “Storia della musica” edita da Garzanti in 5 volumi tra il 1939 e il 1946. Una seconda edizione apparve in quattro volumi negli anni 1967-68. Un compendio di questo basilare lavoro fu pubblicato in un solo volume nel 1955 e aggiornato nel 1971. Le molte revisioni e riedizioni di tale opera sono la migliore testimonianza della sua importanza e della sua fortuna. Altrettanto successo conobbe “La vita e le opere di G. Verdi”, in 4 volumi (Ricordi, 1959), che fra i molti meriti ebbe quello di mettere a disposizione molte lettere del musicista bussetano fino a quel momento inedite. Bisogna inoltre segnalare gli scritti per l’’Arena di Verona (“Alti e bassi del ‘Simon Boccanegra”’, 1973, e “Un requiem per il Santo”, 1974), oltre alla guida al “Peter Grimes” di Benjamin Britten pubblicata dall’’Istituto d’alta cultura nel 1947. Il legame di ammirazione e di affetto che legò Abbiati a Cesari è testimoniato dal volume di “Scritti inediti” del musicologo cremonese, curato dal verdellese (Carisch, 1937). Né Abbiati allentò mai i legami con la sua terra d’’origine, come dimostrano le collaborazioni con le testate locali, i saggi stesi per le stagioni liriche del Teatro Donizetti, il ricordo del collega Guglielmo Barblan per il Centro di Studi Donizettiani, il testo sul “Teatro delle Novità” uscito in un volume del Comune di Bergamo. Abbiati fu inoltre attivo come compositore, soprattutto negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso. Si dedicò in particolare alla musica pianistica e alla musica da camera. Tuttavia fu un poema sinfonico, dal titolo “Il canto d’’Avila”, ad essere eseguito nel massimo teatro cittadino sotto la direzione di Ferruccio Calusio. Era la sera del 16 settembre 1929 e il brano del nostro appariva insieme a composizioni di Gavazzeni, Flores e Missiroli. La prima parte del programma era invece occupata dall’’opera “Le furie di Arlecchino” di Lualdi, il maestro di composizione a Torino. Abbiati morì a Bergamo il 22 gennaio 1981.


Duilio Courir (1928-2010)
Allievo di Gino Tagliapietra, è stato critico musicale titolare del «Corriere della Sera» dal 1973 al 1991. Ha diretto dal 1989 al 2007 il mensile «Amadeus». Ideatore del Premio della critica musicale “Franco Abbiati” nel 1981, è stato fondatore e presidente dell’Associazione nazionale critici musicali dal 1987 al 1993.

Il profilo professionale di Duilio Courir identificava quello personale. Un profilo fondato sull’ottimismo della ragione, sulla fiducia e la spontanea complicità con chi come bussola della vita aveva scelto la confidenza con l’arte. Ricordando Duilio, non vale sparigliare il critico e appassionato d’arte dal musicista cresciuto, a Venezia, nelle classi di Eugenio Bagnoli e Gino Tagliapietra, l’editore senza pregiudizi ma non avventato dall’uomo di vocazione politica solidale col mondo e le idee di Giovanni Spadolini e dei Crespi. Come giornalista partecipò in prima persona alla vita culturale delle città di Bologna e Milano in cui operò professionalmente. Come critico militante e paladino della critica musicale, con Filippo Siebaneck, importante amico d’intelligenza e vitalità culturale, nel 1980 creò a Bergamo il “Premio Abbiati”, da cui nacque l’Associazione Nazionale Critici Musicali che presiedette dal 1986 al 1993. Pragmatico nell’esercizio del giornalismo, Courir ha ridato senso al mestiere, mettendo a profitto senza calcoli personali il rilevante ruolo pubblico di critico titolare in due importanti quotidiani. Ad esempio l’ha impegnato sul fronte dei linguaggi contemporanei – visivi o sonori che fossero – dimostrandone la necessità; potenziando l’attitudine critica a essere strumento adatto a pungolare la coscienza dei lettori e non solo a indirizzarne il gusto estetico. Tale modo d’essere oltre che di apparire – per spazi e rilevanza, qualche decennio fa le rubriche culturali erano molto considerate e considerevoli nella visibilità – gli ha suscitato inimicizie robuste anche all’interno del ‘suo’ Corriere della sera dove, subentrato a Franco Abbiati, scrisse dal 1972 al 1993. Avendo vissuto la fine della critica musicale “alla-Abbiati” e quasi presagendo l’attuale emarginazione giornalistica, in quei vent’anni Courir costruì la nuova figura del critico: un professionista che scrive di musica ma ha il coraggio – e sente il dovere – di “sporcarsi le mani”. Lui lo fece. Con la politica. Con la difesa delle istituzioni come la Scuola di Fiesole (dove volle festeggiare gli ottant’anni) o le orchestre Rai. Con l’aperta solidarietà all’avanguardia e ai suoi testimoni, tant’è che fino all’ultimo ha lavorato al libro su Pierre Boulez cui teneva particolarmente. Con sguardo severo per le istituzioni pigre e prese di posizione polemiche nei confronti della sordità della classe politica; facendo confronti con ciò che avveniva fuori d’Italia. I suoi pezzi erano spesso occasione per riflettere e suscitare dibattiti culturali; crearono un prototipo di giornalismo civile e ‘di servizio’ anche nel campo dell’arte, che rimane il suo più riconoscibile lascito professionale. Ma senza rinunciare a svolgere giorno dopo giorno (allora l’espressione significava impegno redazionale e presenza ai concerti realmente quotidiana) quel ruolo di intermediazione privilegiata e qualificata tra lettori e fatto artistico che la critica non solo musicale deve difendere. Nei suoi articoli Courir ha fatto capire che il carisma culturale, la consapevolezza intellettuale e la tensione ideale di chi suona o opera pubblicamente nell’arte rafforza l’interpretazione o la ‘lettura’, rendendo l’esecuzione – non meno del luogo e della circostanza – un fatto sociale prima che un momento poetico irripetibile. Alle giurie del “Premio Abbiati” Courir ha partecipato finché ha potuto con l’energia polemico-costruttiva e vagamente moralistica di sempre, orientandole e tutelando questi principi. La sua passione per il mestiere critico e l’impegno per l’associazionismo qualificante e professionalmente aggregante rivive nel premio straordinario a suo nome, segnalando l’attività di un’associazione italiana con la quale, spiritualmente e giornalisticamente, oggi Duilio Courir sarebbe alleato.
Angelo Foletto


Leonardo Pinzauti (1926-2015)
Fu avviato allo studio della musica all’età di 7 anni: studiò il violino con Vincenzo Papini e Sandro Materassi. Si è laureato in Lettere all’Università di Firenze con una tesi di storia della musica nella città di Firenze sotto la guida di Fausto Torrefranca, di cui divenne in seguito assistente. È stato violinista all’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino e ha insegnato storia della musica al Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. Come giornalista è stato critico musicale de «Il Nuovo Corriere», del quotidiano politico cattolico «Giornale del Mattino» (di cui fu anche direttore responsabile dal 1960 al 1963) e dal 1965 de «La Nazione»; è stato condirettore della «Nuova Rivista Musicale Italiana», e dal 1993 al 1996 presidente dell’Associazione nazionale critici musicali.


Filippo Siebaneck (1912-2000)
Appartenente ad una famiglia di origine praghese e di tendenze antifasciste, nel 1934 si laureò in giurisprudenza a Milano. Ufficiale dei bersaglieri, dopo l’8 settembre 1943 si diede alla macchia in Val d’Ossola, si unì ad una formazione partigiana e fece parte del Comitato di Liberazione Nazionale. Agente assicurativo, si stabilì a Bergamo nel 1948. Esponente socialdemocratico, fu consigliere comunale di Bergamo dal 1970 al 1985. Ricoprì vari incarichi pubblici e presiedette anche la commissione consultiva del Teatro Donizetti. Fu inoltre presidente dell’Azienda Autonoma di Turismo e del Festival Pianistico “Arturo Benedetti Michelangeli”.


Rubens Tedeschi (1914-2015)
Tra i maggiori specialisti europei del settore, ha raccontato, nei libri come nelle recensioni per «l’Unità», di cui è stato anche direttore per un breve periodo, esordi, successi e cadute di intere carriere di compositori – anche quelli meno conosciuti – di quasi tutto il secolo breve. Cento anni festeggiati da osservatore attento, rigoroso, capace di sintesi accattivanti, schiette, scrupolose e lucide come di chi è consapevole della relatività delle mode. Nel suo ampio viaggiare ha privilegiato la Russia, a prescindere dal fatto che il suo primo interesse per l’opera di quel paese abbia origine assai lontane: «Nel 1929 ho assistito alla Scala al mio primo Boris con Rossi-Morelli e l’anno successivo al secondo con Saljapin», scrive nella prefazione a “I figli di Boris”, pubblicato dal Regio di Parma nella prima versione e attualmente in catalogo per l’Edt. Un volume dove si va dal nazionalismo dei Cinque all’internazionalismo di Ciaikovskij, dalla lotta contro la censura dello Zar alla tragedia contemporanea della zdanovismo. Oltre un secolo osservato dal versante dalla musica attraverso una scrittura sempre interessante, tanto più attuale in questo periodo di grande attenzione alla cultura e alla storia di questo paese.

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